Bollettino di una sorella

Un giorno di primavera di diciotto anni fa, mia mamma torna a casa dopo le solite commissioni. Forse non erano commissioni, ma insomma a casa c’eravamo io e mio fratello con Angela, la nostra baby-sitter, complice della bomba che mia madre di lì a poco avrebbe lanciato nella nostra vita. Non letteralmente, ma anche letteralmente. Penso che sia una metafora abbastanza calzante per la nascita di un essere umano. Una specie di big bang in miniatura.

Mamma arriva in casa, le chiavi girano nella toppa e sento i suoi tacchi lungo il corridoio. Ancora ora, che mamma non c’è più, ogni tanto quando sono a casa chiudo gli occhi e immagino il suono di quei passi, tac tac tac tac, che annunciavano l’arrivo della mia persona preferita nel mondo, quei suoi capelli rossi, un sacco di gioielli, una risata. Anche quel giorno di primavera mia mamma non si smentisce, entra sorridente in quella che chiamavamo ‘camera dei giochi’, sui muri una dubbia tappezzeria con i personaggi Disney, con cui Angela si divertiva ad interrogarci usando una bacchetta magica, avendo creato un personaggio fittizio chiamato ‘maestra Spiripizìncula’. Mi piace pensare che stessimo giocando così, ma non ne sono sicura. Fa più effetto.

Fa più effetto perché l’ingresso della mamma spezza quella mattina (o pomeriggio) di allegria.

‘Ottavia, ti devo dire una cosa’.

‘Cosa mamma?’, rispondo io, anni nove, Ariete, caratterino.

‘Presto avrai un fratellino o una sorellina!’

Urla, pianti, isteria. ‘Non lo voglio un fratellino! NO! UNA SORELLINA NO!’. Mamma ride ma forse ci è rimasta male, non me lo disse. Mio fratello ovviamente, del segno dei Pesci e con una personalità molto più pacata, la prende molto meglio, ed è emozionato.

I mesi passano e la pancia della mamma cresce.

Mamma ha quarantacinque anni, amici e familiari sono a metà tra il sorpreso e lo scioccato.

Il giorno dei risultati dell’amniocentesi siamo a Celle, papà a Torino, spetta a lui ritirare l’esito. Sono i tempi dei Siemens e degli sms che si leggono su una linea di schermo sola. Papà non si fa sentire tutto il giorno. Mamma dispera. Nel tardo pomeriggio si sente un bip provenire dal preistorico cellulare. Mio padre si sente comico in erba. Il messaggio recita, ‘E’ femmina, è sana, e bianca, spero.’ Mamma piange di felicità. Anche io ora ho accettato l’idea che presto nella mia vita ci sarà qualcuno in più, e il fatto che sia femmina lo rende speciale. Decidiamo di darle il nome di un Pokémon. Allora l’unico Pokémon femmina era Nidorina, perciò quella cosa che mia mamma aveva in pancia diventa Nidorina, quella cosa che mia mamma aveva in pancia diventa una minuscola persona, Nidorina diventa mia sorella.

Il ginecologo dice alla mamma, ‘Signora quest’estate non vada oltre Ospedaletti’. Ci trasciniamo nella calura di Firenze e poi a Mirabilandia.

Il 13 novembre di diciotto anni fa, più o meno a quest’ora, faccio un capriccio perché voglio rimanere a casa da scuola. Ma non c’è storia. L’indomani saremmo entrambi andati, come se nulla fosse. Nonostante fosse il giorno più emozionante della nostra vita di bambini delle elementari. Mamma si fa una minestrina e va a dormire, e il giorno dopo va in clinica forse prima che noi ci svegliamo. Sarebbe tornata con un mini essere umano e noi dovevamo andare, cazzo, a scuola? Continua a sembrarmi un’ingiustizia.

La giornata scolastica è a dir poco eterna. Maestra Luigina sa che oggi è il gran giorno e ci porta nella cappella della scuola a dire le preghiere per la nascitura. Dico Ave Maria cercando di crederci davvero, chiudendo forte gli occhi, stringo le mani in preghiera, caso mai la Madonna possa vedermi o sentirmi. Poi passo le ore tormentandomi, ‘E’ nata? Non è nata? Come si chiama?’. Mia sorella era ancora Nidorina.

Non solo siamo a scuola, ma dobbiamo pure rimanere per il cazzo di rientro. Un’agonia. Quando papà finalmente arriva a prenderci, gli saltiamo addosso. Habemus sorella, si chiama Benedetta. Ha vinto il nome scelto dalla mamma, ça va sans dire. Arriviamo in clinica in fretta e furia. Saliamo sull’ascensore, non mi ricordo per quanti piani, ma ad un certo punto le porte si aprono con un suono. Giro la testa verso destra e vedo uno stuolo di persone appoggiate ad un vetro. I miei cugini con gli zaini di scuola. Fate spazio, che cazzo, lì dietro c’è mia sorella! Cazzo lo dico ora, non allora. Ed effettivamente è lì dietro, in un’incubatrice in cui è rimasta un giorno solo per tenerla al caldo. 2.3kg di sorella, con un pannolino più grosso della sua testa. Nidorina è diventata Benedetta. Quella cosa che mia mamma aveva in pancia è uscita, ed è mia sorella, e lo sarà per sempre. La consapevolezza mi colpisce allora come ora.

Benedetta tra poche ore compie diciotto anni. Tutto questo è successo diciotto anni fa e, cazzo, non me ne capacito neanche un po’. Quell’esserino sormontato da un pannolino si è trasformato in una giovane donna piena di determinazione e un carattere degno di uno Scorpione ascendente Sagittario. Se Benedetta dice no, è no. Non ci sono mezze misure.

Mia sorella Benedetta mi manca ogni giorno. Un po’ di tempo fa ho deciso di andare a vivere lontano e di tornare a casa ogni tanto, e ogni giorno mi chiedo perché cazzo debbano esserci così tanti chilometri a separarci. Ogni giorno spero che non ce l’abbia con me per essere qui, e lei lì.

Ogni compleanno facevo raccontare alla mamma la storia del giorno in cui eravamo nati. Ecco Benny, questa è la tua storia. La storia di come sei diventata mia sorella.

PS scusa se ho detto cazzo

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The joys of sharing a home

Recent arguments with Simon have made me think about what it takes to live under the same roof with the person you love.

I have shared houses before: with my family, in Italy, and with housemates in Oxford.

Sharing a house with your family is a given– almost everyone needs to do it at one point or another in their life (likely from birth to about 18 in most of Europe. This period is however extended in Italy normally until about you are 29 years of age and you finally get a job after three degrees and a thousand internships that have given you zero money but oh-so-much-experience).

I blame part of the problems of living with my partner today to how things were dealt with in my family home. I should say, things at home were not actually dealt with. It was normally a competition for who shouted the loudest and convinced the rest of the family of the righteousness of their arguments. Often there were no winners– just sore losers with sore throats due to all the yelling.

I used to walk to school with this boy who lived with his family in the apartment below ours. We would talk about our lives sometimes. One morning I said to him, ‘God I had this row with my parents last night, they’re so annoying, we argued like you wouldn’t believe’. ‘I would, in fact’, he replied, ‘I heard the shouts’. In future arguments I tried to remember at least shutting the kitchen window so that we would not be heard by the rest of the neighbours.

Yes, Italians do generally speak more loudly, and shout more often, but I still think that the shouting was peculiar to my own household, a sort of family lexicon. After, there were rarely hard feelings. You just would not talk to the person you shouted at / who shouted at you for a couple of hours (a couple of days if it was my dad, who is known to hold grudges). But then it was it. Nevertheless, the lesson was never learned, and whenever the dishes were not washed, the clothes not laid out properly, the table not set for dinner, the sofa all screwed up from lying down on it, you could just feel it coming… a parent shouting at any of us children in the vicinity so we’d do something about it. The louder the shouting the higher the chance of one of us chickening out of the argument and getting it sorted.

When I moved to Oxford to live with five strangers we never shouted at each other. Ever. Some of those housemates became my very close friends. Others annoyed me very much, but all I ever did about it was leaving passive-aggressive sticky notes around the house asking to clean up the kitchen and to please not turn the heating off in the whole house while I was in the shower. A result of not getting too confrontational about some of the issues was that the common areas were never really that clean. Did we care? I personally could not tell you anything I wanted to do less than hoovering the living room. So no, I don’t think we cared that much.

Living with a partner sums up both experiences. You are getting used to someone who, albeit not a stranger, you don’t know that well– what weird house habits does your partner hide? Do they clean the toilet after they go number 2? Do they pick up the hoover to clean without being told to do so? Do they know that the shower if not cleaned properly will get limescale which is very hard to take off? You don’t know. And yes, you might have had a few sleepovers, a few weekends together… but you just don’t know. You can never know where the arguments are going to arise from when you move in with your significant other.

So, partly, living with Simon is exactly like having a housemate with some little annoying habits that I decide not to do anything about. Partly, though, it is like being back at home: I freaking still love shouting! It is just a brilliant means to get things off your chest. And to be right. Because if I shout louder than him it must mean I am in the right and he is in the wrong, mustn’t it?

It is incredible how the human mind struggles so much to learn from past experiences. The shouting never resolved anything at home and it certainly does not resolve things in my relationship. Yet I do it. I mean, he is not completely innocent either, but I must say that the training in the Olivero household has made me a strong competitor.

YOU NEVER CLEAN THE BATHROOM!

AND YOU DON’T CLEAN IT PROPERLY! CAN’T YOU SEE THERE’S LIMESCALE IN THE SHOWER?

BUT I COOKED YOU DINNERS ALL LAST WEEK!

SO WHAT? I WASHED THE DISHES AND PUT THE CLOTHES IN THE WASHING MACHINE!

AS IF PUTTING TWO TOWELS IN THE WASHING MACHINE CAN BE CALLED A CHORE! HARDLY!

YOU DO NOTHING!

*YOU* DO NOTHING!

FUCK OFF!

FUCK OFF!

Above a typical shouting competition between me and Simon (can you guess who says what?).

I really do not want to shout this much. Or to argue about things that are frankly so unimportant. But these are the exact reasons why we always shouted at each other back home and why I would be annoyed at my housemates later in life. I guess sharing a living space with someone is defined by how much effort is put into things to make the life of the others around you a bit easier (and a bit less dirty). Which is absolutely fair enough. I love to cook dinner so that my partner does not have to stress about it. And he’ll then do the dishes because I’ve cooked. I love this sharing of duties, when it actually turns out ok. It is comforting to know that you’re not the only one in this– life in the house, and life in general. Having a partner to share anything with can’t be but good, after all.

Sometimes though it is just Sunday morning and I am lying on the sofa, I have not had a shower, I have not washed up, I have not checked if any clothes need washing, I have not gone out to buy any milk, I have not researched how to remove limescale from the bathroom– because I DO NOT WANT TO. Will someone else do it? Genuinely, on a Sunday morning, I don’t care. Should I?

I HAVE DONE EVERYTHING THIS MORNING AND YOU HAVEN’T EVEN GONE IN THE SHOWER YET!

Oh, mum, I really hope you can see all this and that there is still someone I can shout with as much as we did and for the exact same reasons as we did.

PS Simon don’t shout at me when you read this!

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Impareremo a camminare

Camminare stanca. Simon ha deciso per entrambi che è ora di mettersi in forma e di evitare di passare i weekend vegetando davanti a Netflix. Cosa che a me non appare affatto grave ma tant’è. E tant’è anche che mi sembra evidente che stiamo insieme da lungo tempo ormai – quando andavo a casa sua le prime volte il weekend era quella cosa bellissima sotto il piumone. Avanti veloce di tre anni ed è Lunedì, l’unica cosa neanche bellissima sotto il piumone più un’altra coperta perché il termosifone della camera da letto pare rotto sono io, Simon è a lavoro e mi sento tutta rotta.

Dicevo, camminare. Ieri abbiamo macinato 13 chilometri avanti e indietro sulla riva del Tamigi, con scarponcini e giacche tecniche, una di quelle giornate dove il sole è così luminoso nel cielo ma non scalda l’aria terrestre, che invece ulula gelida sotto i vestiti. Una delle cose più belle di vivere da queste parti del mondo è che a cinque minuti distanza dalla caos cittadino ti puoi ritrovare immenso nel verde e quasi dimenticarti il frastuono del traffico. Simon chiacchiera e io cammino, cammino. Odio correre ma dammi da camminare e vado lontano. Abbiamo un thermos con il caffè e panini nello zaino. È questa la mia nuova me nell’anno dei ventisette? Davvero passo dopo passo siamo mano nella mano e beviamo caffè solubile e non perdiamo mai le parole o le risate?

Ogni tanto questo ultimo terzo della mia vita da ventenne mi stupisce, e non è male. Devo imparare a tenere da conto questi momenti in cui il tempo sembra scorrere lento e indolore, come antidoto alla vita adulta di tutti i giorni in cui tempo sembra non essercene mai abbastanza e ogni ora andata è una cosa non fatta, o fatta a metà, o dimenticata, una lezione da pianificare o un compito da correggere, un piatto da lavare, un messaggio a cui rispondere, una telefonata rimandata a domani, una camicia da stirare, un pranzo da mettere nella schiscetta altrimenti se domani salto  finisce che mi mangio uno dei miei asini di allievi.

Oggi una bambina di anni undici mi ha detto che la stavo scocciando perché volevo controllare cosa stesse scrivendo. Un altro della stessa età si è rifiutato di scrivere oltre perché l’ho sgridato dopo che aveva tirato un pugno a un compagno. Invece con quelli di anni sedici, che di cervello dovrebbero averne da vendere, ormai ci trattiamo a pesci in faccia (è il loro ultimo anno di Latino): mi dicono che mi fanno incazzare apposta e io dico loro che son dementi. Quando vengono ai corsi di recupero mi scrivono una lettera dicendo quanto si siano divertiti e il tempo passato in compagnia del Latino sia stato di loro giovamento. Teste di cazzo.

Ieri sera dopo la lunga camminata ho sognato la mamma. Era diversa, qualcosa di strano nei capelli, sapevo di non essere nel mondo reale. Però parlava con la sua voce e faceva qualcosa di tipico suo, che non ricordo. A momenti neanche la sua voce. Eppure nel sogno è così chiara! Ma se cerco di farla parlare nelle mie orecchie adesso mannaggia non trovo il suono giusto. Forse l’udito non è il senso più adatto al ricordo. Il tatto mi piace di più: se ci penso bene mi ricordo perfettamente la sua mano nella mia.

E la stringo forte, e cammino in riva al Tamigi, sto stringendo una mano, cammino.

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Sono tornata…?

Aver visto il film ‘Julie & Julia’ ieri sera mi ha fatto venire una voglia matta di tornare qui. Amy Adams interpreta Julie che, annoiata del lavoro in ufficio, si mette a scrivere un blog in cui racconta dei suoi tentativi di cucinare le ricette di Julia (Meryl Streep), una famosa cuoca americana.

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Non so, tutto quel battere sulla tastiera del laptop durante il film mi ha fatto pensare: quando ho smesso? E perché?

L’ultimo post risale a due anni e mezzo fa. Scrivevo d’amore. Dopo anni di blog a sputtanare coppie, eccomi lì, innamorata come una cretina, e con tutti i traumi della mia vita, avevo trovato una quadra.

Parlavo con Simon (il suddetto amore) ieri, gli chiedevo su cosa potrei mai scrivere il mio blog ora. Le cazzate ci son state, le tragedie pure, il riprendersi dalle tragedie anche. Lui mi ha detto, ‘Scrivi di quanto mi ami’. Che dire. Post dopo post ho tirato merda sui cliché romantici e tre anni e qualcosa dopo lo spirito dei Baci Perugina si è incarnato dentro il mio ragazzo. Forse era stanco. Forse anche lui trascinato dal pathos del film. Forse mi ha compatito perché continuavo a sospirare all’idea del Lunedì mattina di lavoro incombente.

Il film devo ancora finirlo perché mi sono addormentata.

Ho almeno 10 film da finire per questo motivo. Purtroppo sono giunta alla conclusione che all’età di 27 anni non sono ufficialmente più giovane. Sono tornata a Torino due weekend fa e ho fatto serata fino alle 6.30 del mattino, finendo con un sobrio Giancarlo. Ero talmente esausta che non sono neanche rimasta per il kebab. Che idiozia, lo san tutti che bisogna mangiare il kebab. Ho poi accusato i colpi per almeno due giorni. Quando avevo 19 anni a Mykonos feci le 10 del mattino per 10 giorni. Con le placche in gola. Facendo due calcoli, dunque, la giovinezza è ahimè fuggita.

Ieri ho spedito il mio voto postale. Non vi dirò chi ho votato ma i miei follower più tenaci sapranno già che purtroppo non è Giorgiona nazionale.

La news del giorno (forse non la più importante ma comunque da servizio di almeno 8 minuti sulla BBC) è che la maggior parte dei KFC in Gran Bretagna hanno esaurito il pollo e hanno dovuto rimanere chiusi oggi. Forse comunque preferisco questo tipo di notizia a quelle su Brexit che, comunque le giri, son sempre tragiche. In realtà l’unica cosa che mi preme sapere è di quanto si alzerà il prezzo della pasta De Cecco che compro al super (e che sto per cucinare con le zucchine, ma tranquilli non vi dirò la ricetta, vi avviserò prima di convertirmi al food blogging).

Oggi un mio alunno m’ha mandato a fanculo. A fanculo! Io ridevo. Mi c’ha mandato e poi ha preso le sue cose e se n’è andato, e io allibita chiedevo alla classe, ‘Ma ci credete che mi ha mandato a fanculo? Mi ha mandato a fanculo! Avete capito F A N C U L O’

‘Ehm Miss…’

‘Che?’

‘Sta continuando a dire parolacce’

‘Ah ok. La smetto. Era solo per fare un po’ di melodramma’

Ovviamente non me lo meritavo, ma tant’è. Chissà quante volte l’ho pensato anche io dei miei prof. Mai detto però (almeno credo).

 

Insomma, questo è quanto per oggi.

Vi terrò aggiornati sulla mia vita da prof (o forse no). Forse vi parlerò ancora di mia madre. Di sicuro vi parlerò ancora di mia madre. Di Torino, di vivere all’estero, della convivenza, dell’avere 27 anni e i capelli bianchi e un lavoro e la stanchezza. D’altronde, quando ho cominciato a scrivere qui avevo 19 anni e appena cominciato l’università. Vivevo a casa, avevo una mamma. Mai un fidanzato. Forse mi sono evoluta, forse è solo che la vita va avanti e cambia più velocemente di quanto potremo mai accorgerci.

Stay tuned.

(Spero che apprezzerete la scelta dell’Italiano, quesito che mi sono posta per almeno 10 minuti prima di iniziare a scrivere e mi ha quasi spinto a rinunciare per non far torti a nessuno).

Miss O

 

 

 

Bollettino da Oxford / Attraverso lo specchio – Oxford Bulletin / Through the Looking-Glass

Bi-bi-bi-bi-bip. Bi-bi-bi-bi-bip. Bi-bi-bi-bi-bip.

La mia facciona si fa piccola sullo schermo del laptop e compare invece la faccina di mia sorella che mi racconta del suo saggio di danza e di come è diventata amica di “quelli di quinta” e che non è mica facile trovarsi un ragazzo “se mi perdo sempre tutte le feste”. Comunicare con quelli di casa significa ormai parlare davanti a un computer noncuranti della cattiva connessione. Mia sorella sta crescendo, mio padre si è comprato per sbaglio degli occhiali da donna, mio fratello è a una grigliata. Padre e figlia dall’altra parte di FaceTime sorridono e fanno i cretini. La vita continua. Proprio perché la vita non è morte e la morte è fine, la vita non finisce con la morte. Quella vita che vedo lì sullo schermo del Mac è andata avanti. Diversa, certamente, con un peso nel cuore e un vuoto enorme in casa – che a me fa ancora un po’ impressione ogni volta che torno, alcune cose della mamma sono ancora lì dove lei le aveva lasciate e nessuno ha osato mai spostarle, forse perché sono così familiari da avere intorno che quasi non ci fai caso, ma invece quando il caso ce lo fai un coltello di malinconia ti trapassa da parte a parte.

Io, da questa parte dello specchio, sono più fortunata. I ricordi di mia mamma qui non esistono. Ho due foto sue vicino al letto e in una guarda proprio dentro l’obiettivo ed è come se stesse guardando proprio me. Mi piace pensare che mi guardi così ogni giorno. L’altra foto è in bianco e nero, la mamma è giovane, avrà quindici anni, e sorride di un sorriso come solo i suoi, quelli che scaldano il cuore. Mi piace vederla anche così, bambina, ricordarmi che non è stata solo mia mamma ma anche ragazza donna moglie sorella. Un giorno vorrei essere figa come lei.

Dicevo, forse andare via di casa è stata la mia benedizione, mi ha aiutato ad andare avanti. Domani sono 9 mesi che mamma non c’è più e a me sembra passato un secondo e un’eternità insieme. Dov’è andato il tempo? Non lo so. Però so un’altra cosa, quella cosa lì che è il segreto della vita e anche la cosa più bella del mondo. L’amore della mamma pensavo di non poterlo sentire mai più. Pensavo che, una volta persa la sua forma mortale, il suo amore non potesse più toccarmi o stringermi o accarezzarmi o sussurrarmi. Invece ho scoperto che l’amore è come quella roba lì del principio di conservazione che nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma. Un po’ di tempo fa l’amore quello bello ha bussato alla porta, e io l’ho fatto entrare. E lui mi ha detto ti amo. Ti amo ti amo ti amo non me l’aveva mai detto nessuno così. Ti amo e mi prenderò cura di te e io di te e insieme ce la faremo. Amore che ti blocca i battiti del cuore nello stomaco e ti amo vorresti dirlo tutto il giorno e trovare nuove parole per dirlo perché ti amo non basta più. Ecco a me piace pensare che tutto questo amore sapesse che io ne avevo bisogno e mi sia venuto a cercare e abbia insistito un po’ perché io sono testarda e poi non ho saputo fare altro che cedere e lasciare che la cosa più bella di questi ultimi tempe mi piovesse addosso come una pioggia di raggi di sole sulla pelle e una brezza fresca tra i capelli.

A mia sorella che a 14 anni si lamenta che non ha un ragazzo ho detto: “Sei proprio come me, dovrai avere pazienza”.
E lei: “Ma ora tu un ragazzo ce l’hai!”
E io: “Ho ventiquattro anni, mia cara. Ho aspettato a lungo. Ne è valsa la pena”. sweet-couple-love-illustrations-art-puuung-23__700

————————-ENGLISH VERSION———————–

Bee-bee-bee-bee-beep. Bee-bee-bee-bee-beep.

My big face becomes small on my laptop screen and my sister’s tiny face appears. She tells me about her dance exhibition and how she’s become friends with some other guys in their final high school year, and how it’s not easy at all to find a boyfriend “if I always miss out the coolest parties”. Keeping in touch with those at home by now means speaking in front of a computer, careless for the bad internet signal. My sister is growing up, my dad has bought some women glasses and my brother is at a barbecue. Father and daughter on the other side of FaceTime are smiling and fooling around. Life goes on. Precisely because life is not death and death is the end, life does not end with death. That life I see on my Mac screen has been going on. Different, surely, with a burden on the heart and an enormous hollow space at home – I’m still weary of it every time I go back, some things that belonged to my mum are still there where she left them and no one ever dared to move them, maybe because they are so familiar to have around that you almost don’t notice them, but when you notice them instead the knife of blues skewers you from side to side.

On this side of the looking glass, perhaps I am luckier. My mum’s memories do not exist here. I have two pictures of her next to my bed, in one she looks directly into the camera and it’s like she’s looking at me. I like to think that she looks at me like that every day. The other photo is in black and white, mum is young – no older than 15 – and she smiles with that smile of hers that used to warm up my heart. I like to see her like this, a child – I like to remember that she was not just my mother, but also girl woman wife sister. I wish I can be as cool as she was, one day.

Where was I? Yeah – maybe leaving home was a blessing, and it helped me go through this all. It’s nine months tomorrow since she’s passed away and it seems to me like it was one second and an eternity ago at the same time. Where did time go? I don’t know. But I know another thing, that thing – the secret of life and the most amazing thing in the world. I thought I could have never felt my mum’s love again. I thought that, once she had lost her mortal shape, her love could never touch me or hit me or stroke me or whisper to me again. But I found out that love is like that conservation thing – nothing is created or destroyed, but merely transformed. A while ago love knocked on my door and I let him in. And he said I love you. I love you I love you I love you – no one had ever said that to me like that. I love you and I’ll take care of you and I will take care of you and we’ll make it together. It’s a love that makes your heart beat in you stomach and you’d want to say I love you al day and find new words to say it because I love you is not enough. There it goes – I like to think that all of this love knew that I needed it and it came to find me and it insisted a little bit because I’m stubborn but I couldn’t help but yield and let the best thing in a very long time rain down on me like a rain of sunshine rays on my skin and gentle breeze in my hair.

To my 14-years old sister complaining about not having a boyfriend I said: “you’re just like me: you will have to be patient”.
And she said: “But you have a boyfriend now!”
And I replied: “I do, but I’m 24 years old, my darling. I had been waiting for a long time. It was worth it”.

Bollettino da Oxford / Tre mesi dopo – Oxford Bulletin / Three months later

E così, tra meno di ventiquattr’ore sono a casa. Papà verrà a prendermi all’aeroporto, probabilmente con la mia macchina, e tornando indietro da Caselle vedrò prima le montagne, poi, sporgendomi oltre la sua testa, sulla sinistra, Superga, e la collina, poi ecco che passiamo per i Giardini Reali, un po’ di portici, San Salvario, casa.

Non credo che atterrare a Caselle sarà mai più un’esperienza normale, per me.

25 agosto 2014. Mi catapulto in un’agenzia di viaggi in un minuscolo paesino della Puglia, volo da Bari, faccio scalo a Roma, atterro a Torino, pensando non so neanche bene a cosa. Di sicuro, di avere almeno il tempo di salutarla. Ma al mio arrivo, scopro che tempo non ce n’è più, che la ragione per cui ho dovuto correre a casa è che Mamma non ce l’ha fatta. Lo capisco quando vedo che ci sono sia mio padre che mio zio ad aspettarmi all’arrivo. Penso, che strano, che siano venuti entrambi. Guardandoli più da vicino, mi accorgo che ci deve essere qualcosa che non va. Lo zio mi prende per un braccio, io dico ma perché sei qui, e lui dice adesso papà ti spiega. Papà si avvicina e mi dice mamma è mancata stamattina. Sul momento, scoppio in un pianto disperato, e lancio un grido come di dolore fisico, come se mi avessero sparato, faccio fatica a stare in piedi. Una volta a casa, trovo Benedetta che dorme, Giorgio guarda la tele. Viene ad abbracciarmi. Piangiamo tanto. Benny si sveglia, e mi dice: “Adesso sei la mia vice mamma”. Io vado nel letto, attacco il cellulare in carica e mi metto a scrivere i messaggi più tristi che abbia mai scritto Ricevo telefonate. Sotto casa mia arrivano Beatrice e Totò, mi portano a bere un Negroni. Io son lì, che bevo e piango, e impreco contro Dio e l’universo. Arrivano anche Pietro e Marghe. Un po’ stiamo in silenzio, un po’ parliamo, io continuo a bere finché non sono talmente stordita che Bea mi riaccompagna a casa e mi mette nel letto, mi fa addormentare e rimane a dormire da me.

Così, questo è stato uno dei miei ultimi arrivi a Caselle. Un po’ difficile da esorcizzare. Da un lato, è ovvio, i ricordi sono lì, però questa volta torno ed è bello tornare, è bello essere a casa per Natale, è bello rivedere tutte le MIE persone. Quelle che c’erano, quella sera, quell’intero mese, sempre, per sempre.

È bello sapere di avercela fatta, a sopravvivere al primo trimestre di Oxford. Non so, non so davvero da dove ho tirato fuori la forza, l’energia. Forse è quel famoso istinto di sopravvivenza. Forse solo voglia di vivere, al massimo, e di non sprecare neanche un attimo, perché ho capito che la vita di attimi non te ne regala neanche mezzo. Neanche un giorno per farti salutare tua mamma. E così son stata qui, a cercare di digerire le tonnellate di aglio che ogni volta la gente butta nelle padelle, a cercare di barcamenarmi tra tutti i libri, e la tesi, e le mille tesine, e le lezioni e i seminari, a cercare di godermi le serate con i miei coinquilini e tutte queste persone nuove che piano piano stanno diventando mie.

Non so come, non so perché, ma sento di stare meglio. Probabilmente lo sto dicendo troppo presto, e quasi sicuramente tornare a casa sconvolgerà questo equilibrio precario del mio cuore. Anche se non so dove, so che da qualche parte dentro me si nasconde una forza in grado di sopportare qualunque nubifragio, qualunque terremoto. Tutto questo fa molto Harry Potter ma è la prima volta della mia vita che mi rendo conto quanto sia potente la forza dell’amore. La mamma non c’è più, fisicamente, ma tutto l’amore che provavamo l’una per l’altra, quello resta, lo sento in ogni viscera del mio corpo, ed è così forte da radere al suolo un’intera città, se voglio. Non credo che sarei sopravvissuta altrimenti. Mi sarei accartocciata come un pezzo di giornale, la mia anima raggomitolata su se stessa, a tremare, nel gelo di un cuore spezzato, che batte solo per abitudine, senza far scorrere più un briciolo di VITA. I primi mesi, era così. Facevo così fatica. Eppure adesso mi sento più serena. Come se avessi finalmente capito, che c’è questa fonte inesauribile di energia, quell’energia che era della mamma, e anche mia, e nostra di tutta la famiglia, l’energia che abbiamo messo nella vita in questi ultimi due anni, io ce l’ho ancora tutta qui. Ogni tanto si nasconde, ma quando meno me lo aspetto, dal nulla, mi rialzo, e sopravvivo, e vivo. E tutto questo è solo e soltanto grazie alla mia Mamma che mi ha amato così tanto che io ne ho fatto scorta per tutti i giorni della mia vita.

Una menzione d’onore va ai miei tre cuori di coinquilini, Maddy, Joseph e James. Non deve essere facile fare amicizia con una a cui è appena morta la madre. Ma hanno saputo aspettarmi, hanno saputo ascoltarmi, hanno saputo farmi ridere fino a scoppiare, hanno saputo farmi cantare a squarciagola, conoscere a menadito il palinsesto della tv inglese, tradotto le battute che non capivo, tenuto compagnia. Hanno saputo farmi sentire di avere una nuova famiglia così lontano da casa.

Quindi sì, direi che è andata bene, nonostante tutto. Ci vediamo nel 2015, Oxford.

——————-ENGLISH VERSION——————

So, in less then twenty-four hours, I’ll be home again. Dad is going to pick me up at the airport, probably driving my car, and going home from Caselle Airport I’m going to see the mountains, then, leaning out on the left, over his head, Superga, and the hills, and here we go through the Giardini Reali, some porticos, San Salvario, home.

I don’t think lending at Caselle is ever going to be a normal experience, for me.

August 25th, 2014. I dash into a travel agency in this very small village in Puglia, I fly from Bari, I stop at Rome, I fly again and land in Turin, thinking of whatever. Surely, that I’ll still have time to say goodbye to her. But, when I arrive, I find out that there’s no time at all, that the reason why I had to run home is that Mum hasn’t made it. I realise it when I see that both my dad and my uncle are waiting for me at the arrivals. I think, this is odd, that they both came. Looking closer, I realise that there must be something wrong. Uncle grabs me by my arm, I say why are you here, he says dad is going to tell you about it. Dad comes closer and says mum passed this morning. I burst into tears, and I scream like the pain was physical, like I was shot, I can barely stand on my feet. Once I get home, I find my sister Benedetta sleeping, my brother Giorgio watching tele. He comes and hugs me, we cry, a lot. Benny wakes up and says: “You are my vice mum now”. I go to my room, to my bed actually, and I start sending the saddest texts I have ever sent. People start calling me. Beatrice and Totò come to see me, actually to take me out, to have a drink. I am there, I drink, I cry, and I curse at God and the universe. Pietro and Margherita arrive. We stay silent for a bit, then we talk, I keep drinking until I am completely dazed, and Bea takes me home and puts me in bed, she makes sure I am asleep and she stays for the night.

So, this was one of my last arrivals in Turin. Kind of hard to exorcise. On one hand, obviously, the memories are there, and always will be. But this time I am going back and it’s good to go back, it’s good to be home for Christmas, it’s good to see all of my Friends, with the capital F. My favourite human beings. The ones that were there, that night, that entire month, always, forever.

It’s good to know that I have made it, that I lived through this first term in Oxford. I don’t know, I really have no idea where the strength, where the energy came from. Perhaps it’s that well known survival instinct. Perhaps it’s just desire to live, to live to the utmost, without wasting any moment, because I realised that life does not give moments away, like they were free. It didn’t even give me one more day to say goodbye to my mum. And so I stayed here, with my books, trying to digest all that garlic that people put in food, trying to handle all of the books, and the dissertation, and the essays, and the lectures, and the seminars; trying to enjoy the nights out with my housemates and all those people that are becoming my Friends, my favourite human beings.

I don’t know how, I don’t know why, I feel better now. Probably it’s too soon to say it, and going back home is definitely going to disturb this already unstable balance that I have in my heart. But stil– even though I don’t know where exactly, I know that somewhere inside me there lies this strength, a strength capable to cope with whichever storm, whichever earthquake might occur. This sounds a lot like Harry Potter, but it’s the first time that I realise how strong the power of love is. My mum is physically not here anymore, but all the love we felt for each other is still here, and I feel it in my gut, and it’s so powerful that it could raze an entire city, if I wanted to. I don’t think I would have survived without it. I would have curled up like a page of an old newspaper, with my soul shivering in the bitter cold of my broken heart, that beats just because it is used to doing so, but that is not actually ALIVE. During the first months, it was more or less like that all the time. I struggled so much. Yet I feel calmer now, as if I finally realised that there is this incredible energy, that energy that belonged to my mum, and to me, and to my whole family, the energy we put in LIFE in the past two years, and it is all still inside of me. It hides sometimes, but suddenly, unexpected, thanks to it, I get out of bed every morning, I survive, I live. And all of this is only thanks to my Mum, who loved me so much, that now I have enough love for the rest of my life.

Special mention goes to my three hearts, my housemates, Maddy, Joseph and James. It must not be an easy task to make friends with someone who’s just lost their mother. But they waited, they listened, they made me laugh, they made me sing, they even made me become familiar with the English TV shows and translated the jokes I didn’t understand. They kept me company. They made me feel like I have a new family, far from home.

So yeah, I would say, against all odds, it’s been alright. See you in 2K15, Oxford.

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Bollettino da Oxford / 2 Novembre – Oxford Bulletin – All Soul’s Day

Oggi è il 2 Novembre. Un anno fa, esattamente un anno fa, scrivevo un post sulla giornata passata con tutta la famiglia in giro per cimiteri nelle campagne piemontesi. Mi è venuto in mente e sono andata a rileggerlo ed è stato come se qualcuno mi avesse piantato un’ascia in mezzo al petto. Il male è fisico. Un macigno sui polmoni, mi manca il respiro. 1385106_10202312770170762_270845032_n

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Eccoci qui. Tutti e cinque, a mangiare bene, a Busca, ignari, ignari, ignari di dove e come saremmo stati esattamente un anno dopo. La mamma sorride. Nonostante la malattia (che al tempo pensavamo sconfitta), la recente depressione, la perdita di suo padre solo sei mesi prima, lei ride. Con la bocca, con gli occhi, con le mani mia mamma rideva sempre, e faceva ridere gli altri. Era un’anima nobile e glielo si vedeva in fondo a quegli occhi un po’ verdi e un po’ marroni, che lei sosteneva essere verdi e basta, che lì sotto c’era qualcosa di speciale. Quel suo spirito la faceva essere combattiva, allegra, ottimista. Diceva sempre che non bisognava dire “speriamo” perché lei non sperava, credeva. Credeva nel bene che sarebbe arrivato, un giorno.

E adesso, in questo giorno dei morti 365 giorni dopo quei sorrisi che ci facevano essere vivi, io sono in una stanza a milletrecento chilometri dal resto della mia famiglia, e non sono andata al cimitero, ma lo so lo stesso che al cimitero quest’anno non ci sono solo i nomi dei nonni, e allora la pesantezza della vita mi spinge un po’ più in giù in quel baratro che ogni giorno mi impegno a scalare per tornare a vivere. Ci sono giorni in cui la salita è semplice, mi sembra di intravedere la luce in cima, so che la mamma mi tiene per mano. Ci sono giorni in cui mentre cerco di arrampicarmi per tornare a respirare l’aria di una vita felice, una folata di vento e tristezza mi fa barcollare, e una forte pioggia mi ributta indietro e mi fa scivolare, in fondo, dove la vita è ingiusta, amara, e io no ho più la mia mamma. E non mi va di scrivere di nient’altro, perché in questi giorni in cui il vento e la pioggia mi si abbattono addosso e io sono come un albero piegato sotto le raffiche e gli scrosci, un salice piangente, perché dalla corteccia sgorgano lacrime di un dolore che è struggente e inconsolabile insieme, e nient’altro mi sembra rilevante, se non il tronco dell’albero piegato, la mia mia schiena piegata, la mia anima piegata, e tormentata, e battuta. E una bacchetta magica per ricomporre i pezzi non esiste, e dovrò aspettare, chissà quanto tempo, prima che parlare e ricordare non mi faccia questo male, prima che il ricordo diventi dolce, prima di tornare a sorridere DAVVERO.

Ciao mamma, oggi pensarti è difficile e mi fa colare il naso e io non ho fazzoletti. Ti penso ti pensavo e ti penserò per tutti i giorni della mia vita, per sempre. Racconterò di te, racconterò di noi, e di come è stato bello averti conosciuta ed essere tua figlia e tua migliore amica insieme. Qualcuno di saggio l’altro giorno mi ha detto che l’intensità del dolore equivale all’intensità dell’amore che si prova per chi non c’è più. E quando ci penso per un attimo smette il temporale dentro di me, e l’amore è più forte del vento, e guardo avanti, e risalgo, e cammino, con te.

—————-ENGLISH VERSION——————

Today is November 2nd. One year ago, exactly one year ago, I wrote about the day I spent with my whole family going around cemeteries in the Piedmontese countryside. It came across my mind and I read it and it was like someone stabbed me with an axe in the middle of my chest. Pain is physical. A boulder on my lungs, I can’t breathe.

Here we are. The five of us, eating good food, in Busca, unaware, unaware, unaware of where and how we were going to be exactly one year later. Mum smiles. In spite of the cancer (and we thought it was defeated at that time), the recent depression, the loss of her father only six months earlier, she smiles. With her mouth, with her eyes, with her hands my Mum always laughed, and she made others laugh. She was a noble soul and you could see it deep down her somehow-green somehow-hazel eyes – that she claimed were just green – that there was something special in her. That spirit she had, it made her hard-fighting, joyful, optimist. She always said one shouldn’t say “Let’s hope for the best”, because she did not hope, she believed. She believed that things would have proved their righteousness, eventually.

And now, in this All Soul’s Day, 365 days after those smiles that made us feel alive, I am in a room more than eight hundred miles away from my family, and I didn’t go to the cemetery, and nonetheless I know that this year, on the headstone, there aren’t just the names of my grandparents, and then the heaviness of life pushes me a little down in that abyss that everyday I try to climb to feel alive. Some days the climb is easy, it seems like there’s a light on top, and I know that Mum is holding my hand. Some other days, while I try and climb to go back and breathe the air of a happy life, a gust of wind and sadness makes me stumble, and some heavy rain throws me back and makes me slip deep down, where life is unfair, bitter, and I don’t have my Mum anymore. And I don’t feel like writing about anything else, because in these days, when the wind and the rain tear me down, and I am like a tree, bent for the gusts and the thunders, a weeping willow, because tears are gushing from the bark, tears of pain, a heart wrenching and inconsolable pain, and nothing else matters, a part from the bark of the bent tree, and my bent back, and my bent and tormented and defeated soul. And there’s no magic wound to put the pieces back together, and I will have to wait, who nows how much time, until speaking and remembering will not hurt me this much, until the memory becomes sweet, until I smile again, for real.

Hello Mum, thinking of you today is hard and it makes my nose trickle and I don’t have any tissues. I think of you, I thought of you, I will think of you every day of my life, forever. I will tell about you, I will tell about us, and how nice it was meeting you and being your daughter and best friend. Somebody wise told me, a couple of days ago, that the intensity of pain equals the intensity of love for someone who passed. And when I think about this, for a moment the storm inside me stops, and love is stronger than the wind, and I look ahed, and I climb up, and I walk, with you.

Bollettino da Oxford / Aglio & Tonsillite – Oxford Bulletin / Garlic & Tonsillitis

Nel cornicione della pizza che ho mangiato stamattina alle 3 al ritorno da una festa c’era della cremina all’aglio.

C’è aglio in qualunque salsa che accompagna qualunque piatto.

C’è persino il pane all’aglio da mettere in forno.

E tutti, ahimè, puzziamo un po’ d’aglio.

Dopo circa un mese che della gente abita dentro questa casa, sono stati puliti cucina e bagno. E passato l’aspirapolvere sulla moquette assassina.

Mi sentivo schifosa e mi sono comprata una zuppa in lattina.

Due pizze da asporto le abbiamo pagate 20 sterline.

Mi sono presa un mal di gola dell’accidenti e ho dovuto prendere l’antibiotico e stare due giorni a letto. Essere malata e non potermi lamentare con la mamma mi ha scombussolato non poco. Ho 23 anni ma in fondo tutti abbiamo bisogno della mamma quando non stiamo bene. Anche lei, quando non stava bene, diceva che avrebbe tanto voluto che sua madre fosse lì con lei, e io le dicevo, “Mamma, ci sono io con te”, e mi sono presa cura di lei, l’ho spronata, l’ho aiutata a rialzarsi da quel letto di ospedale, e quando camminavamo per il corridoio, quei passi incerti, mentre la sostenevo, mi sembravano miracolosi, e volevo piangere di felicità, perché ce l’aveva fatta, era di nuovo in piedi, e voleva vivere così tanto, ed eravamo tutti così pieni di speranza, solo due mesi prima della fine. Quando ci penso non posso che chiedermi perché, perché prima della morte abbiamo dovuto tutti essere così fiduciosi nella vita, perché abbiamo dovuto prendere questo abbaglio, che, dopo averci accecato, ci ha di nuovo restituito la vista, per vedere una vita finire.

L’altro giorno, camminando da un pub all’altro, un ragazzo con cui stavo parlando, e di cui, dannazione, non so nient’altro che il nome, se ne esce con questa domanda: “Qual è la tua paura più grande?”. Io, di getto, rispondo: “Una volta, la morte. Mi fa ancora paura, ma almeno so com’è”. Avevo così paura di quell’operazione. Pensavo ecco, ci siamo. E tremavo, e piangevo, e non riuscivo a respirare. Il terrore di averla persa mi aveva paralizzato i pensieri, la mia anima era immobile e spaventata come le statue di cenere e lava di Pompei dopo l’eruzione del vulcano. Ma poi, due giorni dopo, era sveglia, e parlava. Due settimane dopo, camminava. E mangiava, un pochino. Un mese dopo, andava ad una festa con un vestito di paillettes. Due mesi dopo, ci lasciava.

E dov’è andata tutta quella vita? Tutta quella speranza? Tutto quell’amore che non posso più toccare, dov’è? Mi porto questa scia di domande dietro tutto il giorno, tutti in giorni, in giro per le strade di Oxford, mentre dal mio quartiere me ne vado all’università. Mentre osservo un mondo pieno di vita, e le persone che camminano, e sono tutti così strani, e chissà in che direzione vanno, e qual è la loro storia, io cammino come loro, e le mie domande me le porto con me. Spesso riesco a non prestarci attenzione, e loro se ne stanno in silenzio, in un angolo, da brave. Ma poi, ogni tanto, si mettono a spingere, dentro di me, mi premono lo stomaco e vogliono venire fuori, a forza, ed eccole, escono dalle mie dita che battono sulla tastiera, e insieme alle mie lacrime, e urlano, e io urlo, perché.

Domani finalmente inizio le lezioni. Ciao feste, ciao pub, ciao conchiglie in testa e capelli colorati, mi sa che è giunto il momento di mettersi sotto per davvero. Però, ecco, in un posto dove il cielo d’autunno si colora di rosa sopra i tetti delle case, forse studiare non sarà poi così male.

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————-ENGLISH VERSION————

In the crust of the pizza I ate at 3am this morning after the BOP there was something creamy and garlicky.

There’s garlic in every sauce of every main course.

There’s even garlic bread to put in the oven.

And we all smell a bit like garlic, I’m afraid.

After more or less a month that people have been living in this house, the kitchen and the bathroom have been cleaned. And the killer carpet hoovered.

I felt kind of disgusting and I bought canned soup.

We paid 20 pounds for two pizzas.

I got this horribly sore throat and I had to take medicines and stay in bed for two days. Being sick and not being able to complain with my mum has been pretty unsettling. I am 23 but, deep down, we all need mummy when we’re sick. Her too, when she was not ok, she said she would have liked her mother to be with her. And I said, “Mummy, I’m here with you”, and I took care of her, I incited her, I helped her get up from the hospital bed. We would walk in the hallway and her shaky steps, while I held her, looked like a miracle, and I felt like weeping tears of joy, because she ha made it, she was back on her feet, and she wanted to live so bad, and we were all full of hope, just two months before the end. When I think about it, I can’t help wondering why, why we all had to be so faithful in life right before death, why we had to be dazzled and then managed to see again just to witness a life ending.

A couple of days ago, walking from a pub to another, a guy I was talking to – whose name is the only thing I know of him, damn – blurts something like: “What is your biggest fear?”. I reply: “It used to be death. I’m still scared, but at list I know what it looks like”. I was so scared of that operation. I was thinking, ok, here we go. I trembled, and I cried, and I could barely breathe, my soul was motionless and scared, like those statues made of ash and lava in Pompeii after the eruption of the volcano. But then, two days after, she woke up, and she talked. Two weeks later, she walked. And she ate, a little bit. One month later, she went to a party with a shiny spangly dress. Two months later, she left.

And where has all of that life gone?Where all of that hope? The love I can’t touch anymore, where is it? I carry with me this trail of questions all day, every day, around Oxford, while I walk from Cowley to town. While I look at a world full of life, and at people walking, and they’re all so weird, and who knows where they are going, and what is their story, I walk like them, and my questions with me. I often manage not to care about them, and they keep quiet, in a corner, good girls. But then, sometimes, they start pushing, from the inside, and they press my stomach, they want to get out, and here they are, they come out from my fingers typing on this keyboard, alongside my tears, and they scream, I scream, why.

Michaelmas Term officially starts tomorrow, finally. Bye parties, bye pubs, bye seashells on my head and blue hair, I reckon it’s high time I started working for real. But, you know, in a place where the autumn sky turns pink over the roofs, maybe studying won’t be that bad.

Bollettino da Oxford / Lo squarcio sulla tela – Oxford bulletin / The gash on the canvas

(da ascoltare durante la lettura) Eccomi. Di nuovo, seduta in una stanza, dall’altra parte della Manica, con il computer sulle ginocchia, e gli spifferi dalle finestre, scrivo. Quanta vita è cambiata, ed in maniera cruda, improvvisa, e dolorosa, dall’ultimo post. Quanto banali e inutili mi sembrano tutte quelle storie sulla Nutella, e su San Valentino, adesso che a premere dentro di me c’è il dolore della morte. Tac, l’ho detto. Non voglio nascondermi dietro a un dito. Anche solo l’idea di stare qui a scrivere come se niente fosse diverso e invece nulla è più come prima, anche questo mi fa vibrare dentro come un terremoto dell’anima, dentro il mio stomaco c’è l’esercito di Uruk-hai che attacca il fosso di Helm. Però sono qui. Fuori dalla finestra un timido solo asciuga la pioggia di stamattina, da cui ci siamo riparati con una colazione all’inglese in cucina, tutti insieme, io e i nuovi compagni di questa mia nuova vita. Dalle casse suonano le note del nuovo cd degli alt-J, che, fatto incredibile, continuano ad accompagnare la mia esistenza. Ecco, cosa mi fa male in questi giorni che scopro la meraviglia di questo mondo. Mi fa male che la mamma non esista più. Perché se anche esiste in altra forma (e se ci credi davvero, è comunque difficile CREDERE, è un mistero, ed è il mistero della fede, ma appunto perché è un mistero è un salto nel vuoto, o ti fidi o non ti fidi, e bon), non esiste più in questa forma terrena. Non ha più occhi per vedere dove sono, o polmoni per respirare questa aria, o tatto per abbracciarmi, o voce per parlarmi su Skype o mani per scrivermi messaggi tutto il giorno. Mi hanno detto, persone con più esperienza, forse più sagge, che imparerò a parlare con lei senza voce, ad abbracciarla senza corpo, a sentire. Che sia dentro o fuori di me poco cambia. Però quando sono in giro per questo posto magnifico, e faccio altro, parlo con le persone, mi sembra di stare bene, ecco. Poi, come uno schiaffo, stufa di essere soffocata dalla novità, arriva la realtà: lei non c’è più. Non è più. E io ogni tanto vorrei solo essere, o meglio, non-essere, insieme a lei. Dirle di quanto è bello qui, di quanto sono adorabili i miei coinquilini, che Mika nell’ultima puntata di X Factor ha cantato sul palco, le sarebbe piaciuto da matti. Mi ero ripromessa di regalarle il CD, per il suo compleanno. Per il resto, miei cari, l’Inghilterra è sempre l’Inghilterra. A parte il fatto che sono nell’università più antica del mondo anglosassone e che vorrei abbracciare i muri tutto il giorno, ovviamente. La gente non ha ancora imparato a guidare dalla parte giusta, o a mangiare ad un orario umano, o a cucinare. Però, che ci crediate o no, a me piace così. Prometto solennemente di tenervi aggiornati e di raccontare storie divertenti come facevo un tempo. O forse no. Sarò anche ripetitiva, ma rispetto a quel Settembre 2012, quando andavo in Inghilterra e il mio cuore era leggero, e la vita piena, e bella, e luminosa, e la mia anima era intera, un mondo è cambiato: il mio. Ma forse sui brandelli di una tela squarciata si può ancora dipingere qualcosa di strabiliante.

—————————————–ENGLISH VERSION————————————-


(to listen throughout the reading)

Here I am.

Again, sitting in a bedroom, on the other side of the English channel, with my laptop on my knees, and draughts blowing from the windows, I write.

So much of life has changed, and in a brutal, sudden, and painful way, since my last update. So banal and useless now seem to me all of my stories about Nutella, and Valentine’s Day, as the pain of death is pressing down on me.

There, I said it. I don’t want to bury my head in the sand. Even the idea of being here and writing like nothing was different– and instead nothing is at it used to be, even this makes me quiver inside like an earthquake of the soul. It’s like having a Huruk-hai attack against the Helm’s Deep inside my stomach.

But I am here. Outside the window a shy sunlight dries the morning rain, from which we took cover thanks to a lovely English breakfast in our kitchen, my new pals of this new life of mine and I. The laptop speakers are playing the new album by alt-J, that – surprisingly enough – keep on accompanying my existence.

There you go, this is what’s hurt me the most in the last days, while I was going around discovering the splendour of this world: the fact that my mum does not exist anymore. Because, even if she exists in another form – and if you really believe so, it is still difficult to BELIEVE, it’s a mystery, it’s the faith’s mystery, but since it is precisely a mystery it’s like a leap into the unknown, either you have faith or you don’t, and that’s it – she does not exist as a human being. She has no eyes to see where I am, no lungs to breathe this air, no touch to hug me, no voice to talk to me on Skype or hands to text me all day long. I have been told – someone perhaps wiser or more experienced than me told me – that I will learn how to speak to her without voice, how to hug her without body, how to feel her without senses. Her being outside of me or inside me doesn’t change it. When I wander around this wonderful place, and I do stuff, and I talk to people, I think I am alright. Then, like a slap on my face, bored of being suffocated by novelty, reality springs up: she is not here anymore. She is just not anymore. And sometimes I’d only want to be, or rather, to be not, with her. Tell her how beautiful this all is, how lovely my flatmates are, how Mika in the last episode of X Factor sang a song on stage– she would have loved it. I intended to give her his latest album as a birthday present.

Everything else, my friends, is not that new, and England is always England. Except that I am in the oldest University of the Anglo-Saxon world and that I’d wrap my arms around every antique building, obviously. People haven’t learned to drive on the right side of the road yet, or to eat at a normal time of the day, or how to cook pasta. But, believe it or not, I like it the way it is.

I promise I will keep you updated and I will tell you funny stories like I used to do– or maybe not. This might sound recurring, but, compared to September 2012, when I first went to live in England and my heart was light, and life was full, and beautiful, and bright, and my soul was a whole, a world has changed– mine. But maybe on the shreds of a canvas that’s been torn apart, one can still paint something amazing.

Bollettino della Nutella / Mezzo pieno o mezzo vuoto?

Devo andare a comprare un barattolo di Nutella. Dopo un’ovvia e ormai d’ufficio discussione con uno dei miei genitori sul perché mancasse la Nutella e sulla mia poca, pochissima, infima voglia di percorrere quei due isolati che mi separano dal Carrefour, mi rassegno ed esco di casa.

Esco di casa e come d’abitudine nelle ultime settimane, dato che è luglio ma non si sa esattamente quale stagione il nostro pianeta Terra stia attraversando, alzo gli occhi al cielo per sincerarmi delle condizioni atmosferiche. Nuvoloni grigi su Torino.

Un altro giorno un’altra ora ed un momento 
perso nei miei sogni con lo stesso smarrimento 
il cielo su Torino sembra ridere al tuo fianco…

Già.

Il cielo di Torino sembra ridere, non con me, ma semmai DI me. Io però lo sfido, in nome della Nutella mancante. Entro nel supermercato, pago alla cassa-quella-con-la persona-vera (affermazione che sa molto di letteratura distopica su dove ci porteranno il progresso e la tecnologia), che è tra le altre cose un bel ragazzo, e mi domando come sia finito a fare il cassiere al Carrefour, e cosa starà pensando di sta sfigata che entra e si compra un solo barattolo di Nutella.

Cioè, se avessi avuto un cestino pieno di frutta verdura salumi e sanitari, avrebbe potuto pensare a me come ad una ragazza che vive da sola, e che ha come unico momento libero per fare la spesa la domenica pomeriggio, quindi una giovane donna in carriera. Se avessi avuto soltanto Lines e Tampax, mi sarei vergognata credo ugualmente, ma se non altro il cassiere avrebbe potuto pensare a me come ad una tipa che sa gestire una situazione d’emergenza con un certo aplomb. No, invece sono da sola al supermercato con un barattolino colorato con dentro Nutella per euro 2 e 15.

Il cassiere però non dice niente, abbozza un sorriso dandomi il resto e mi augura buona giornata. Tornando a casa, nei due e dico due isolati di numero che mi separano dalla mia dimora, incontro una vicina di casa che, vedendomi camminare spedita con in mano della Nutella e un mazzo di chiavi, dice: “Uh, Ottavia, sei in carenza d’affetto?”. Deglutisco l’amaro boccone e, ridacchiando nervosamente, rispondo: “No, eh… Devo fare dei panini!”. Che poi, il fatto che io debba fare dei panini potrebbe anche voler dire che devo fare dei panini alla Nutella per mancanza di affetto, ma ormai la vicina mi sta guardando con pietà. La congedo distrattamente.

Siccome a casa mi stavo per addormentare, decido di fermarmi nel bar sotto casa a prendere un caffè. Appoggio l’ormai famigerato vasetto sul bancone e ordino il mio solito macchiato.

-Carenza d’affetto, Otti?

Oh, ma che diavolo vi è preso a tutti quanti? Una non può comprarsi una Nutella in santa pace?

-No, dai, devo far dei panini per mia sorella.

L’aggiunta del fine dei panini alla Nutella è a dir poco tattica, per cercare di sviare il barista. Che poi è tutto vero, ho comprato la dannatissima Nutella per farcire dei panini che mia sorella ed io mangeremo per merenda, e la carenza d’affetto manco mi era venuta in mente.

Chissà cos’è questa associazione mentale – in primis anche mia, visti i viaggi che mi sono fatta sul cassiere – tra una ragazza che si compra della Nutella e il suo matematico bisogno di affetto. È tutta colpa delle commediole romantiche con personaggi tipo Jennifer Aniston se il mondo pensa che una giovin donzella, per consolarsi da qualche irrimediabile pena d’amore, debba affondare il cucchiaio in un barattolo di qualche roba dolce (nei film americani probabilmente sarebbe burro d’arachidi, che non è così dolce, ma insomma, ci siamo capiti) per cercare di riprendersi dall’ennesima delusione sentimentale.

Essere additata o pensare di essere additata come la Bridget Jones della situazione mi ha dato da pensare. Cioè, io voglio potermi comprare un barattolo da 5 chili di Nutella senza pensare di dover dare spiegazioni sulla mia carenza d’affetto. E anche se fosse? E anche se NON fosse? Una ventenne-non-in-carriera non può uscire di casa a comprarsi un barattolo di Nutella anche solo e semplicemente per il gusto di farlo? No, poverina, si sentirà sola e vorrà colmare il suo vuoto interiore con il cioccolato.

Ahimé, miei cari registi di film americani idioti e fuorvianti, e miei cari tutti impiccioni che ho incontrato tornando dal supermercato, sappiate che non c’è cioccolato che possa riempire il vuoto di un cuore. E che sia chiaro, non necessariamente il mio. Il mio cuore, come ormai i miei lettori avranno intuito, è stato preso, strappato, calpestato, seviziato, ma è ancora qui, tutt’altro che vuoto. Negli ultimi tempi ho fatto spesso tappa nell’abisso, e l’abisso in me. Ma il vuoto non mi avrà. Vuoto, e arido, è semmai il cuore di chi pensa di poterne vuotare un altro, senza colpo ferire. Quello è l’abisso vero. Quei cuori, quei volti, quelle persone, sono quelle che IO guardo con pietà.

10258274_10152381434624339_1169195307182826632_n [cit. la mia vicina]